Giovanni Battista

Quale messaggio dal deserto?

E la prima annotazione che emerge dai Vangeli sembra accrescere, almeno a prima vista, la difficoltà della nostra risposta, la possibilità di cogliere nel messaggio del Battista elementi di attualità per la nostra città: il Battista non ci è mai presentato dagli evangelisti in un contesto anche vagamente cittadino né impegnato in qualche modo nella vita e nei problemi della città. Il suo luogo tipico è il deserto: qui egli si porta per immergersi nel silenzio e nella preghiera, per prepararsi alla missione ricevuta dal Signore, per ascoltare la sua parola. Del Battista scrive, ad esempio, Luca: "Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele" (Luca 1,80). E ancora: "Nell'anno decimoquinto dell'impero di Tiberio Cesare… la parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto" (Luca 3, 1.2).
Il Battista è l'uomo non della città, ma del deserto. Se esce dal deserto è solo per portarsi sulla riva del fiume Giordano per predicare il battesimo di penitenza.
Ci chiediamo allora: ma questo deserto - quello materiale di un territorio incolto e inabitabile e quello simbolico di un clima spirituale fatto di silenzio e di solitudine, di interiorità con il proprio io, di privazione di comodità e piaceri e di irrobustimento della propria personalità morale, di colloquio e di intimità con Dio - , questo deserto è una fuga, un distacco e un rifiuto della città, oppure è una forma di presenza per la città? Ossia una provocazione perché la città non dimentichi ma coltivi certi valori morali e spirituali, e, dunque, una risorsa preziosa per la vita della città? Non è, il deserto, un modo singolare per "entrare" nella città e renderla veramente e pienamente "umana"? Infatti, come ha detto di recente il Papa, "Una città è molto di più di un territorio, di un'area produttiva, di una realtà politica, E' soprattutto una comunità di persone e in particolare di famiglie con i loro figli. E' un'esperienza umana viva, radicata storicamente e distinta culturalmente" (Discorso del 13 maggio 2002).

Ora dell'esperienza del Battista nel deserto gli evangelisti mettono in luce la sua austerità di vita, soffermandosi in particolare sul vestito e sul cibo. Di lui così scrive Matteo: "Giovanni portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano locuste e miele selvatico" (Matteo 3, 4). A questa austerità di vita farà riferimento Gesù stesso nel suo elogio davanti alle folle: "Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Che cosa dunque siete andati a vedere? Un uomo avvolto in morbide vesti? Coloro che portano morbide vesti stanno nei palazzi dei re! E allora, che cosa siete andati a vedere?…" (Matteo 11, 7ss).
Ma ecco qui un primo importante spiraglio sulla nostra questione: se il Battista non va alla città, è la città che va al Battista. Gli evangelisti parlano abitualmente di "folle" che si accalcano per ascoltare la sua predicazione, e nelle folle ci saranno state, sicuramente, anche persone provenienti dalle città. Del resto, Matteo lo scrive in termini espliciti: "Allora accorrevano a lui da Gerusalemme, da tutta la Giudea e dalla zona adiacente al Giordano" (Matteo 3, 5).
Qual è dunque il messaggio che il Battista ancora oggi rivolge alla nostra Città? La risposta ci viene dalle testimonianze evangeliche sulla figura e sulla predicazione di san Giovanni: da queste, infatti, si possono facilmente far emergere, tra le altre, quattro "provocazioni" fondamentali.

Chi ha due tuniche… e chi ha da mangiare…
La prima provocazione è un appello alla giustizia e alla solidarietà: "Le folle lo interrogavano: 'Che cosa dobbiamo fare?'. Rispondeva: 'Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto'" (Luca 3, 10-11).
Qui si parla di vestito e di cibo. Sono i beni fondamentali per vivere, quelli che oggi abbondano in certi luoghi mentre ne mancano ai più. Così l'invito del battista ci richiama ai temi più gravi e più veri dei nostri giorni: pensiamo soltanto al recente Vertice della FAO a Roma e alle cifre sulla fame nel mondo, sempre oggettivamente sconcertanti, ma che pure non arrivano a turbare davvero né le nostre coscienze di appartenenti ai Paesi ricchi né quelle di coloro che ci governano, i cosiddetti "grandi della terra". Eppure a noi è chiesto, qui e oggi, di interrogarci in merito, e di farlo specificamente anche in rapporto al nostro Paese e più in particolare alla nostra Città. Senza dimenticare poi che cibo e vestito sono da vedersi non solo in se stessi ma anche come il simbolo di tutto ciò che occorre per condurre una vita davvero umana, ossia secondo la dignità delle persona. L'uomo, infatti, ha fame non di solo pane, ma di salute, di conoscenza e di educazione, di lavoro, di libertà, di amore, di amicizia e di tante altre realtà ancora.
Ora, quando in gioco è la persona, con la sua dignità e i suoi diritti, intervenire, dare una delle due tuniche a chi non ne ha o dare da mangiare a chi non ha cibo, non è soltanto questione di amore, ma anche e in primo luogo di giustizia; in termini sociali è questione di solidarietà. Sì, giustizia e solidarietà, ispirate e sostenute dell'amore, sono le forze morali e insieme i parametri politici per affrontare e avviare a soluzione lo scandaloso squilibrio economico e culturale che continua ad esiste - se non ad aggravarsi, in un processo di globalizzazione non governata - tra paesi o gruppi ricchi e paesi o gruppi poveri. E questo interessa l'uomo, interessa la società, interessa perciò anche la nostra Città. Infatti, riprendendo un passo dell'omelia che ho pronunciato lo scorso anno per la festa di san Giuseppe, "Il reale benessere economico e finanziario di cui gode Genova non può renderci ciechi e insensibili di fronte alle tante e sempre troppe persone e famiglie che soffrono, perché colpite dalle più diverse forme di povertà e di miseria! Tra queste c'è anche la mancanza di lavoro, ma c'è, forse soprattutto, la mancanza di altri beni della persona, come la casa, la salute, la cultura, la possibilità di formarsi una famiglia e di crescerla, l'essere rispettati e stimati nella propria dignità umana, l'essere inseriti nella società e sostenuti da una rete di solidarietà morale prima ancor che materiale" (Amiamo la nostra Città, p. 18).

Non maltrattate…
Una seconda provocazione viene alla Città da queste altre parole del Battista: "Lo interrogavano anche alcuni soldati: 'E noi che dobbiamo fare?'. Rispose: 'Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno, contentatevi delle vostre paghe'" (Luca 3, 14).
Forse lo stesso Battista, certamente la gente di allora vedeva nei soldati il simbolo del potere, dell'autorità. Le parole di Giovanni suonano allora come un richiamo molto chiaro al vero significato del potere, dell'autorità. Oggi, dunque, queste parole possono essere rivolte a quanti, nella nostra Città e nella nostra Regione, sono rivestiti di una qualche autorità, specie nell'ambito istituzionale, politico e amministrativo. Ora, se l'autorità, nel suo significato più vero, è un servizio e più precisamente un servizio al bene di tutti, dobbiamo dire che le parole del Battista, proprio per la loro disarmante semplicità, sono quanto mai stimolanti e forti per un esercizio veramente umano e umanizzante dell'autorità, ossia per un servizio rispettoso e promozionale della dignità personale e di chi guida e di chi è guidato.
Il "non maltrattate" potrebbe indicare il doveroso rispetto che l'autorità deve avere per tutti, senza ingiuste preferenze, e la particolare cura che deve avere verso i più deboli e indifesi. Il "non estorcete niente a nessuno" potrebbe significare tanto l'esclusione di ogni pressione quanto il rifiuto di certa disinvoltura nella scelta dei mezzi, così naturale per chi pensa che gli strumenti riprovevoli possano essere assolti dalla bontà dei fini perseguiti. L'"accontentatevi delle vostre paghe" potrebbe essere un richiamo alla sobrietà (e alla rinuncia a pretese eccessive che suonerebbero offesa per i poveri e scandalo per tutti) e alla civica, dimenticata, virtù dell'accettazione del deliberato, anche con qualche personale sacrificio, in ossequio ai principi della civile convivenza.

Non ti è lecito…
Siamo ora ad una terza provocazione che alla nostra Città viene da san Giovanni Battista, in particolare dalla testimonianza suprema ch'egli ha dato a Cristo, quella del martirio. Il tetrarca Erode l'ha fatto arrestare e incatenare e l'ha gettato in una prigione. Il motivo è così indicato dall'evangelista san Marco: "Giovanni diceva ad Erode: 'Non ti è lecito tenere la moglie di tuo fratello'". E aggiunge: "Per questo Erode gli portava rancore e avrebbe voluto farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo giusto e santo…" (Marco 6, 18ss).
Di fatto poi, come sappiamo, Erode farà uccidere il Battista, in seguito allo stolto giuramento fatto alla ballerina, la figlia di Erodiade. Giovanni è martire di Cristo per aver chiesto senza alcuna paura anche al re, come ad ogni altro uomo, l'obbedienza alla legge di Dio, per aver difeso di fronte a un "grande della terra" la verità umana del matrimonio indissolubile e fedele: martire, dunque, per un valore morale. Del Battista così scrive il Papa nella sua enciclica sulla morale: "Alle soglie del Nuovo Testamento Giovanni Battista, rifiutandosi di tacere la legge del Signore e di venire a compromesso col male, 'immolò la sua vita per la verità e la giustizia' e fu così precursore del Messia anche nel martirio (cf. Mc 6, 17-29). Per questo, (come scrive S. Beda il Venerabile) 'fu rinchiuso nell'oscurità del carcere colui che venne a rendere testimonianza alla luce e che dalla stessa luce, che è Cristo, meritò di essere chiamato che arde e illumina… E fu battezzato nel proprio sangue colui al quale era stato concesso di battezzare il Redentore del mondo'" (Veritatis splendor, 92).

Ora la difesa del valore morale del matrimonio da parte del Battista costituisce anche per la nostra Città un richiamo di grande importanza e attualità, dal momento che il matrimonio e la famiglia sono beni sociali veramente fondamentali. Come l'esperienza non si stanca di insegnare, dalla saldezza e dalla sanità della famiglia fondata sul matrimonio dipendono la saldezza e la sanità di un popolo, dipende in particolare il bene e l'armoniosa crescita dei figli, dei più piccoli e deboli.
Ma proprio in tema di matrimonio riscontriamo nella nostra Regione fondati motivi di non piccola preoccupazione, non solo etica ma anche sociale. Tra le regioni italiane è quella che registra il più alto numero di separazioni, e spesso solo poco tempo dopo il matrimonio. Che cosa è possibile e doveroso fare per arginare il fenomeno della disgregazione familiare? Certo, c'è uno spazio di responsabilità che dev'essere occupato dalla politica familiare, da una politica più sollecita e impegnata ad assicurare alle famiglie le necessarie condizioni economiche e sociali per un loro sviluppo più ordinato, fecondo e sereno. Ma c'è anche un altro spazio, in un certo senso ancora più importante e decisivo: è quello educativo-culturale, che interessa tutti e che è destinato a rendere più motivato e serio il cammino dei giovani verso il matrimonio. In questa prospettiva, la coltivazione dei valori morali - tra i quali il valore della fedeltà alla parola data, costituisce la strada irrinunciabile per un avvenire migliore delle famiglie nel tessuto sociale della città.

Quanto ho detto sul valore morale specifico della fedeltà matrimoniale può ripetersi anche degli altri valori morali. In un contesto sociale e culturale di prevalente, se non addirittura di esclusiva, attenzione ai valori materiali ed economici, si deve lavorare perché la Città promuova il bene comune integrale delle persone: un bene che, non solo necessariamente include i valori morali, ma che su di essi si fonda, giacchè senza radicamento morale non si dà progresso umano della Città. Perciò scrivevo nel messaggio "Amiamo la nostra Città": "E' urgente, per una Città che vuole essere 'sana' e crescere in una 'qualità della vita' veramente 'umana e umanizzante', ricercare e ritrovare i valori morali e spirituali profondi: i valori del vero, del bene, del bello, del giusto, del gratuito, dell'onestà, dell'amicizia, della solidarietà, della saggezza, dell'apertura all'infinito, della nostalgia di Dio!" (p. 24).

Preparate la via del Signore
Proprio questo riferimento alla "nostalgia di Dio" ci conduce a rilevare un'ultima provocazione che alla Città viene dalla predicazione del Battista, anzi dalla sua vita e dall'aspetto più radicale e originale della sua missione: la provocazione alla fede in Gesù Cristo.

Certamente possiamo dice che da noi non manca il senso religioso, non fanno difetto diverse forme di religiosità, anzi è presente e viva una vera e propria fede nel Signore Gesù, una fede intessuta di ascolto della sua Parola, di celebrazione dei suoi Sacramenti, di obbedienza al comandamento della carità. D'altra parte dobbiamo chiederci se tutti i battezzati  vivono davvero in modo personale, convinto, coerente e missionario la loro fede, o non si accontentano piuttosto di una fede che si esprime in modo stanco e annoiato, quasi fosse una semplice obbedienza ad una tradizione da cui si fa fatica a liberarsi e che comunque chiede solo qualche pratica rituale; o, ancora, se i nostri battezzati non si accontentino, forse, di una fede troppo generica, vaga, evanescente, di una fede esangue che ignora il volto personale di Dio né si cura di cercare l'incontro con la persona reale, viva e concreta del Signore Gesù, vero Dio e vero uomo, Via Verità e Vita, unico Salvatore dell'uomo.

Proprio su queste due carenze che svuotano la fede di non pochi credenti si fa particolarmente stimolante il messaggio del Battista. Egli è forte e minaccioso nel chiedere alla gente di non accontentarsi di una "tradizione" religiosa - l'essere figli di Abramo -, ma di saperla rinnovare in profondità, con un'assimilazione personale e con un'autentica conversione della mente e delle opere. Leggiamo nel Vangelo di Luca: "Diceva dunque alle folle che andavano a farsi battezzare da lui: 'Razza di vipere, chi vi ha insegnato a sfuggire all'ira imminente? Fate dunque opere degne della conversione e non cominciate a dire in voi stessi: Abbiamo Abramo per padre! Perché io vi dico che Dio può far nascere figli ad Abramo anche da queste pietre…'" (Luca 3, 7-8).
La conversione richiesta dal Battista, condizione e segno di una fede profondamente personale e dunque cosciente e libera, non è soltanto alle "opere", ma in maniera centrale e determinante è alla persona di Gesù, ossia a Colui che battezza "in Spirito santo e fuoco", al Messia salvatore atteso, all'agnello di Dio che toglie il peccato del mondo, allo Sposo che ama e si dona alla Chiesa.

La scena evangelica del Battista che a due dei suoi discepoli, fissando Gesù che passa, dice, quasi puntando l'indice della mano: "Ecco, l'agnello di Dio!" (cfr. Giovanni 1, 35-36) è straordinariamente stupenda: riassume in modo superlativo tutta la missione di san Giovanni, che consiste nel "preparare la via del Signore", nel condurre tutti alla gioia dell'incontro e della comunione d'amore e di vita con Cristo.

Di questo indice puntato su Cristo ha bisogno ogni uomo che viene in questo mondo, perché solo in Cristo si trova la salvezza e la vita. Di questo indice puntato su Cristo ha bisogno ogni città che viene costruita, se vuole vivere e crescere nell'ordine, nella giustizia e nella pace. Cristo, infatti, "mentre ci offre la parola della verità e il dono della vita nuova dei figli di Dio, ci fa crescere in autentica umanità, come ci ricorda splendidamente il Concilio Vaticano II: 'Chiunque segue Cristo, l'uomo perfetto, si fa lui pure più uomo' (Gaudium et spes, 41)… la fede e l'amore in Cristo ci stimolano ad una partecipazione più responsabile e ad un servizio più disinteressato e generoso non solo nell'ambito della Chiesa, ma anche in quello della società civile, per la soluzione dei suoi tanti problemi e per un efficace sostegno lungo il suo cammino" (Amiamo la nostra Città, pp.26-27).

+ Dionigi Card. Tettamanzi
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Carissimi,

il Grande Giubileo del 2000 che stiamo vivendo ci chiama a fare una delle esperienze più belle e consolanti della nostra vita: l'esperienza di essere raggiunti - tutti noi peccatori - dall'amore misericordioso di Dio nostro Padre e quindi di essere perdonati e purificati dai nostri peccati.

E' questa un'esperienza che deriva dal dono assolutamente gratuito di Dio e del suo amore pietoso, ma che - nello stesso tempo - affonda le sue radici nella nostra libertà. E così quest'esperienza si rivela quanto mai seria e impegnativa: la misericordia di Dio esige e sollecita la nostra conversione: non c'è perdono di Dio senza la conversione dell'uomo.

Ora è nel contesto giubilare della conversione, come strada di ritorno a Dio, che possiamo riscoprire l'attualità della figura di Giovanni Battista.

Che cosa dobbiamo fare?

Il Battista si è presentato agli uomini del suo tempo - e in un certo senso continua a presentarsi anche agli uomini del nostro tempo - come il grande Profeta che con il suo battesimo predica la conversione dal peccato e l'accoglienza del Dio che viene.

Come scrive Luca: "Ed egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com'è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia: Voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore… Diceva dunque alle folle che andavano a farsi battezzare da lui: `…fate opere degne di conversione…'" (Luca 3, 3ss).

Sì, le folle andavano dal Battista. Oggi, potremmo dire o almeno sognare, siamo noi, in atteggiamento di silenziosa riflessione, va nel deserto, incontra il Profeta e si pone in ascolto del suo messaggio.  La voce del Battista può e deve risuonare con la stessa gravità e urgenza che aveva allora nel deserto di Giudea sulle rive del Giordano: "Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino" (Matteo 3, 2).

C'è una domanda che allora la gente poneva al Battista: "Che cosa dobbiamo fare?" (Luca 3, 10). E' ripetuta tre volte nel brano di Luca e secondo gli antichi copisti del testo sacro ha l'aggiunta finale "per salvarci". Quindi: che cosa dobbiamo fare per salvarci?

Come non rilevare la portata estremamente seria della domanda: è in questione il nostro destino finale o la salvezza o il fallimento! Per questo non può essere elusa questa domanda.  Eppure, carissimi, quanti hanno il coraggio, e prima ancora la saggezza, di porsi questa domanda? Senza questa domanda non può cominciare il cammino di conversione.

Sia dunque questa la prima grazia da chiedere oggi a san Giovanni Battista per noi e per la nostra Città: che per indifferenza o per superficialità non scompaia il bisogno di interrogare la propria coscienza e di lasciarsi inquietare dalla fondamentale esigenza morale di dare senso alla vita e quindi di fare scelte operative coerenti.

Che cosa dobbiamo fare?

Ecco alcune risposte del Battista. Ascoltiamole, le sue risposte, quelle pronunciate con le labbra e quelle dette con la sua vita austera e coerente, e cerchiamo di tradurle nel nostro linguaggio.

Chi ha due tuniche…

"Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto"( Luca 3, 11). Due tuniche, non cento tuniche. Come vedete, la richiesta è molto forte: non quella di dare il superfluo, ma di condividere l'essenziale. E l'essenziale è indicato nel vestito e nel cibo, che è a dire in tutto.

L'appello dunque è a quella solidarietà radicale che deriva dal fatto che tutti apparteniamo all'unica famiglia umana e che noi apparteniamo alla medesima città: tutti quanti ci ritroviamo insieme nell'unico cammino nella storia verso lo stesso Padre.

E' proprio l'opposto di quell'individualismo ed egoismo che dai singoli passa alla comunità e alla città, dentro le quali si agitano pesantemente tante tensioni, contrapposizioni ed emarginazioni dei più deboli e sfortunati. Così ci si arrocca in noi stessi, si erigono barriere fisiche e psicologiche intorno a noi e si finisce o per non percepire la gravi disuguaglianze che dovrebbero essere colmate o addirittura per accettare tranquillamente come "giusto e naturale" uno "stato di cose" che per noi è di benessere e per altri di stenti.

Oggi nella nostra Città la prima tunica da condividere è il lavoro, con tutto quello che ne segue per ciascuno, e il cibo da condividere con i popoli poveri del mondo e con le persone e famiglie povere del nostro ambiente è la possibilità stessa di una sopravvivenza che sia degna dell'uomo. Chi ha da mangiare, faccia altrettanto: è questione non di qualche opera di misericordia, ma di vera giustizia; è questione non di superfluo - che è nulla per i diseredati della terra - , ma di beni necessari, che proprio per questo non possono essere rivendicati da alcuni con esclusione di altri.

Chiediamo al Battista che Genova diventi sempre di più una Città solidale, veramente sensibile alle necessità dei più bisognosi e capace di coinvolgersi attivamente e così di condividere i destini.

Non esigete di più…

Ancora: "Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare, e gli chiesero: `Maestro, che dobbiamo fare?'. Ed egli disse loro: Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato'" (Luca 3, 12-13).

Certo, i "pubblicani", cioè gli esattori potrebbero chiedere di più del fissato per guadagnare per sé. Ma altro è l'aspetto che oggi ci preme sottolineare. Il quanto cui si riferisce il Battista è, in realtà, nella situazione di oggi, quanto occorre allo Stato per provvedere alla difesa e ai servizi dello "stato sociale", dalla prevenzione all'istruzione alla sanità. E allora richieste smodate ed eccessive da parte nostra o prestazioni inefficienti da parte dell'amministrazione possono innalzare il costo e quindi l'esazione oltre il dovuto, oltre il quanto fissato.

Ecco dunque il richiamo di Giovanni: cittadini, non chiedete troppo alla collettività! operatori dello "stato sociale", non abbandonate all'incuria i servizi che vi sono affidati! gli uni e gli altri pensate e agite con rigore morale e con saggia moderazione, perché per causa vostra il lavoro non abbia ad essere angariato e non vengano vessati i cittadini tutti.

Un'altra grazia imploriamo dal nostro patrono: che la Città  - nei cittadini e negli operatori dello "stato sociale" - sappia mantenere uniti i diritti e i doveri e dunque il ricevere e il dare, e armonizzare i legittimi interessi di persone e di gruppi e le responsabilità verso il bene comune.

Non maltrattate…

"Lo interrogarono anche alcuni soldati: `E noi che dobbiamo fare?'. Rispose: `Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno, accontentatevi delle vostre paghe'" (Luca 3, 14).

I soldati sono per il Battista l'emblema del potere, ovvero dell'autorità che, nata per consentirci di vivere ordinatamente la nostra vocazione di uomini, può prevaricare, nei capi come nei subordinati, facendosi dominio iniquo e soffocante. Il potere oggi è più articolato di ieri; maggiore è dunque il numero di quanti possono prevaricare e più subdoli, ma non meno intollerabili, sono gli strumenti di cui costoro possono avvalersi.

Per questo il richiamo del Battista ci interpella tutti e singolarmente. Non usare del tuo potere per far pesare il tuo potere: sei lì per servire, non per dominare! Non usare del tuo ruolo per ottenere ciò che non ti è dovuto, ma rispetta chi ti è sottoposto per pure esigenze funzionali e non certo per una qualche diversa e minore dignità umana.

Non abusare delle tue prerogative per alterare fatti o screditare il tuo fratello! Se operi nella formazione, insegna la verità: sempre, anche quando non ti è gradita o non è gradita agli altri. Se operi nell'informazione, anteponi la verità allo scoop e all'audience e la dignità del tuo prossimo alle mille tentazioni del potere nuovo e illimitato del mezzo di cui ti avvali: ti è affidato per la verità e per la giustizia, non per la menzogna o per il giustizialismo, ti è dato per l'uomo, non contro di lui!

E per quel che fai, accontentati della tua paga. Dunque, non tralasciare il dovere sostenendo di essere sottopagato, non tentare di procurarti con l'abuso del tuo potere qualche illecita integrazione a quanto ti è dovuto.

Se tutti facessero così, o si impegnassero in questa linea, la nostra Città crescerebbe nella sua sanità morale e la convivenza civile risulterebbe più giusta e serena.

Chiediamo dunque a san Giovanni di saper interpretare e vivere il nostro ruolo nella società e i nostri impegni professionali secondo il criterio non del potere superbo ma del servizio umile, di amare la verità e insieme di rispettare la dignità di ogni persona, di non indulgere al sistematico scontento nei riguardi di tutti e di tutto, di apprezzare la sobrietà nel possesso delle cose e la logica della gratuità nei rapporti con le persone.

Preparate la via del Signore

Giovanni non si limita a chiedere una conversione morale, ma sollecita, adempiendo così l'annuncio profetico di Isaia, una conversione religiosa: "Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri" (Luca 3, 4).

Le folle erano andate a incontrare il Battista ed è stato loro detto di preparare l'incontro con Dio e con il suo Cristo. Questo è detto a tutti e a ciascuno di noi, questa è la parola che la Chiesa ci rivolge, oggi come allora.

Ecco, oggi, qui con voi vorrei condividere il sogno di una Città che accorre al Battista e, udita la sua parola, si pone all'opera per raddrizzare i suoi sentieri, per preparare la strada lungo la quale incontrerà il Signore.

Ma diverrà, o già diviene, realtà questo sogno?

Certo, per questo la Città non dovrebbe essere tutta presa dalla esteriorità superficiale e vuota, dalla febbre del divertimento fine a se stesso, dalla esclusiva fame e sete dei beni materiali, ma dovrebbe trovare spazi di silenzio e di riflessione dentro di sé e attorno a sé: per poter ascoltare la voce della coscienza e in questa la voce stessa di Dio.

Così, sempre per questo, la Città non dovrebbe dimenticare né tanto meno rinnegare le proprie radici cristiane e la propria storia così ricca di fede e di spiritualità; non dovrebbe avere alcuna paura di Cristo e del suo vangelo: ci offrono infatti "parole di vita eterna", parole che fanno luce e danno risposta vera e sicura ai nuovi problemi e alle nuove sfide dell'attuale società complessa e tormentata.

E ancora: la Città non dovrebbe ritenere che la fede in Dio sia una pura questione di coscienza individuale e quindi qualcosa di assolutamente ininfluente se non persino di alienante rispetto allo sviluppo umano della società. E' vero invece che solo la difesa dei diritti di Dio può generare e sostenere la difesa dei diritti dell'uomo, in quanto l'uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio.

Tutti vogliamo maggiore legalità: ma per questo abbiamo bisogno di moralità. E se vogliamo veramente maggiore moralità, dobbiamo radicarla e fortificarla nella spiritualità, ossia in Dio. Proprio come ci ricorda l'antico orante dei Salmi: "Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori. Se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode" (Salmo 127, 1).

Facciamo nostro il grido che l'Arcivescovo Tommaso Reggio, mio grande e santo predecessore sulla sede di San Siro, rivolgeva ai genovesi nella Quaresima del 1896: "Si torni a Dio: ecco il grido di salvezza per l'individuo e per la società…Torniamo a Dio nella scienza che è fondamento e principio di ogni retto operare… Torniamo a Dio nell'arte, cercando il bello verace… Più di tutto, torniamo a Dio nella coscienza pubblica e privata… Si torni a Dio… Senza Dio non prospera e vive popolo, nazione o società. La storia del mondo lo insegna".

E' sempre attuale, dunque, anzi particolarmente urgente l'appello del Battista: "Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri".

Ma viene uno che è più forte di me

Il Battista, il più grande tra i nati di donna, ha dunque un importante messaggio per noi, per la nostra Città: con forza egli ci richiama al nostro statuto di uomini, al rispetto della legge, all'esercizio della giustizia, condizioni tutte per una convivenza cittadina ordinata e feconda.

Ma Giovanni conclude il suo appello alla conversione invitando i suoi ascoltatori a puntare lo sguardo sul Messia, su colui che deve venire, su Cristo: lui battezzerà con fuoco, donando lo Spirito e la vita nuova della grazia. Dichiara solennemente: "Io vi battezzo con acqua; ma viene uno che è più forte di me…: costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco" (Luca 3, 16).

Viene uno più forte di me: uno che introdurrà nella storia una sorprendente novità. Proclamerà infatti: "Avete inteso che fu detto agli antichi… Ma io vi dico…" (Matteo 5, 21-22). Per la verità, Cristo non abolisce la legge, neppure vi toglie un solo iota, ma la compie questa legge, ossia la interiorizza, la perfeziona, la rende affascinante e coinvolgente con il soffio del suo Spirito che crea il cuore nuovo. Cristo all'imperativo della giustizia aggiunge quello della carità. E la carità è più esigente della giustizia. Non tollera astuzie la carità, non accetta capziosi raggiri la carità, non si accontenta che vadano a posto le apparenze e neppure la materialità delle cose, la carità: esige che vadano a posto le intenzioni, che siano diritti gli sguardi, che siano rette le coscienze e aperti i cuori.

Cristo sconcerta tutti con la sua novità: capovolge i criteri stessi di giudizio e dichiara beati i poveri, gli afflitti, i misericordiosi, gli oppressi, i perseguitati e i puri di cuore perché vedranno Dio. Così la grande legge delle beatitudini evangeliche apre il nostro sguardo alla città futura, alla Gerusalemme del cielo. Uno sguardo, questo, che esige coraggio, ma che è tanto benefico perché ci stimola a fare dell'attuale convivenza cittadina la strada quotidiana non solo della nostra giustizia ma anche della nostra carità.

Sempre, nonostante tutto, nel segno di una grande speranza!

+ Dionigi Card. Tettamanzi
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IL MESSAGGIO DI GIOVANNI BATTISTA ALLA CHIESA.

Con la preghiera iniziale della Messa d'oggi la Chiesa, mentre rivolge il proprio cuore al Padre, fissa il proprio sguardo sul Battista, che vede come colui che è stato mandato "a preparare a Cristo Signore un popolo ben disposto". Quale popolo? Certo, è il popolo ebraico al quale si è indirizzata la missione del Battista sulle rive del fiume Giordano. Ma è anche il popolo cristiano, il popolo di Dio, il popolo di Dio che siamo noi.

Ecco perché la Chiesa oggi chiede di essere allietata dal Padre "con l'abbondanza dei doni dello Spirito": quasi un'eco, questa gioia della Chiesa, di quella gioia che ha colmato il cuore del Battista, lui che ha sperimentato una singolare abbondanza dei doni dello Spirito Santo. Sì, sin dal seno materno Giovanni è stato santificato dallo Spirito nell'incontro con Gesù ancora nascosto nel grembo di Maria, che si era recata a trovare e ad aiutare Elisabetta. Una santificazione da parte dello Spirito che è proseguita nelle diverse tappe della vita del Battista, quando ha dimorato nel deserto, ha predicato la conversione e la penitenza, ha battezzato, ha annunciato agli uomini la venuta e la presenza del Messia salvatore, ha sacrificato la propria vita per amore di Cristo e della verità. Siamo noi oggi, come Chiesa, a implorare dal Padre questa stessa gioia, che fluisce dalla rinnovata pienezza dei doni dello Spirito.

Ma la Chiesa chiede dell'altro, oggi: chiede di essere "guidata sulla via della salvezza e della pace". Proprio questa è stata la missione del Precursore. E' una missione che rimane aperta nel tempo, una missione che continua ancora oggi a nostro favore. La Chiesa dunque riconosce esplicitamente che il ruolo del Battista nella storia del mondo e nel cammino del popolo di Dio non è concluso, non è esaurito: è tuttora in atto. Dunque Giovanni il Precursore ha qualcosa da dire e da dare a noi oggi, come Chiesa.

Ci chiediamo allora: qual è il messaggio e la grazia del Battista per la nostra vita ecclesiale e civile? Anche a queste domande è di nuovo la Chiesa a darci risposta attraverso la Parola di Dio che è stata proclamata.

Su tre aspetti vogliamo, sia pure brevemente, soffermarci con l'attenzione della mente e del cuore.

Il Battista: freccia puntata su Cristo

Il primo aspetto emerge da queste parole del Battista: "Io non sono ciò che voi pensate che io sia! Ecco, viene dopo di me uno, al quale io non sono degno di sciogliere i sandali" (Atti 13, 25). Troviamo questa parole nel discorso che l'apostolo Paolo ha tenuto ad Antiochia di Pisidia per illustrare le tappe della storia della salvezza: una di queste tappe è appunto la missione del Battista. Ora le parole che abbiamo citato sono le uniche che Paolo, in questa sintesi, mette in bocca a Giovanni: e questo fatto è già significativo, perché dice che proprio questo è il tratto della fisionomia del Battista che ha maggiormente colpito l'animo dell'apostolo e dei cristiani della Chiesa delle origini.

In realtà sono soprattutto le pagine del Vangelo a mettere in splendida luce questo radicale orientamento del Battista a Cristo Signore. Non si può pensare al Battista se non si pensa a Cristo: tutto, nell'insieme e nei particolari, è relativo a Cristo, finalizzato a lui. Il Battista è l'aurora rispetto alla luce di Cristo, la voce rispetto alla parola che è il Signore Gesù, l'amico dello sposo rispetto a Cristo Sposo, il precursore nei riguardi di Gesù il Messia, colui che battezza con acqua in attesa che giunga colui che battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Il Battista è la via, ma Cristo solo è la meta indicata e perseguita: Ecco, l'agnello di Dio che toglie i peccati del mondo.

E' stato detto che Giovanni è come una freccia puntata: puntata su Cristo. Sì, una forza, un dinamismo totalmente orientati a Cristo Gesù, che del Battista costituisce la ragione, il senso, la meta, la pienezza della gioia.

Com'è fondamentale e qualificante per la vita della Chiesa e del cristiano questo essere freccia puntata su Cristo! La Chiesa non è Chiesa di se stessa e per se stessa, ma di Cristo e per Cristo: a lui solo appartiene, perché da lui è amata e salvata; di lui solo vive, perché è dalla sua morte in croce che riceve la vita nuova ed eterna; di lui solo gode, perché lui solo costituisce il premio più desiderato del suo operare.

E così si dica del cristiano: la ragione del suo essere e del suo operare non si ritrova nel cristiano stesso, ma è tutta e sola da Cristo, in Cristo e per Cristo! Come si esprimeva un giorno in termini appassionati sant'Agostino Roscelli: "Cristo è il nostro tutto!", "Se siamo ignoranti, nel nome di Gesù troviamo la sapienza; se infermi, la sanità, se poveri, il necessario soccorso, se affamati, il cibo, se deboli, la fortezza, se peccatori, la grazia, la redenzione, la santità, così che possiamo dire di Gesù con tutto il cuore, che Egli solo è il nostro tutto!".

Io ti renderò luce delle nazioni

Un altro messaggio il Battista rivolge alla nostra Chiesa: quello espresso dal brano dell'antico profeta Isaia, che delinea la missione del "servo del Signore", del Messia. Egli è chiamato per la parola fin dal grembo della madre, per una parola che è "come spada affilata" e che lo rende "freccia appuntita".

Certo, in questa missione, il servo del Signore incontrerà difficoltà, fatica e sofferenza, ma da Dio sempre riceverà forza e protezione, sarà - come scrive il profeta - "nascosto all'ombra della mano" di Dio e così la sua missione si dispiegherà e avrà pieno successo. Ecco, in particolare, le parole che Dio rivolge al suo servo: "Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino alle estremità della terra" (Isaia 49, 6).

Si parla qui della missione di Cristo, luce delle genti e salvatore del mondo. Ora è proprio al servizio di questa missione che Dio ha chiamato Giovanni Battista, costituendolo profeta e precursore di Cristo. Sì, è chiamato lui, e in un certo senso siamo chiamati anche noi, come del resto Gesù stesso ci assicura con il suo mandato missionario: "Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura" (Marco 16, 15).

Ripetiamo ancora una volta: la Chiesa di Genova sente su di sé il mandato missionario del Signore risorto, lo sente come una meravigliosa grazia e insieme come una grave e irrinunciabile responsabilità. Per questo in continuità chiama tutti i suoi cristiani a imprimere uno slancio missionario più forte alla loro fede. Non c'è fede autentica se non è fede missionaria, fede cioè che si fa annuncio, testimonianza, comunicazione agli altri. Non si può essere cristiani veri solo per se stessi, perché Cristo ci vuole per gli altri e agli altri ci manda.

E' certamente essenziale vivere la propria fede nell'intimo del cuore e nel colloquio personalissimo con il Signore. Ma è altrettanto essenziale mostrarla agli altri, questa fede, e quindi prendere parte in modo più convinto e voluto, alla missione della Chiesa chiamata da Cristo a offrire a tutti il suo Vangelo di salvezza. Si tratta della "passione per il Vangelo", destinata a "suscitare nella Chiesa una nuova missionarietà, che non potrà essere demandata ad una porzione di 'specialisti', ma dovrà coinvolgere la responsabilità di tutti i membri del Popolo di Dio". Così scrive il Papa, che così conclude: "Chi ha incontrato veramente Cristo, non può tenerselo per sé, deve annunciarlo" (Novo millennio ineunte, 40).

Non diciamo allora "tocca a te", ma ciascuno dica a se stesso: "Tocca a me". Sì, tocca a me essere il riflesso vivo e concreto dello splendore di Cristo, così che ogni uomo e ogni donna che incontro possa "vedere Cristo". Scrive ancora il santo Padre: "Un nuovo secolo, un nuovo millennio si aprono nella luce di Cristo. Non tutti però vedono questa luce. Noi abbiamo il compito stupendo ed esigente di esserne il 'riflesso'… E' un compito, questo, che ci fa trepidare, se guardiamo alla debolezza che ci rende tanto spesso opachi e pieni di ombre. Ma è compito possibile, se esponendoci alla luce di Cristo, sappiamo aprirci alla grazia che ci rende uomini nuovi" (Novo millennio ineunte, 54).

Così ha fatto il Battista: si è lasciato illuminare da Cristo e santificare dal suo Spirito ed è diventato l'annunciatore della salvezza - della salvezza fatta carne nella persona di Gesù - ormai presente in mezzo agli uomini, che preparava ad accoglierla nella conversione, con cuore e con opere nuove.

Così facciamo anche noi: lasciamoci illuminare da Cristo "luce del mondo" e lasciamoci trasformare dal suo Spirito "sorgente di santità". In tal modo non potremo non essere missionari e missionari credibili ed efficaci. Il fondatore dei Missionari della Consolata, Giuseppe Allamano, ai suoi chiedeva di essere: "prima santi e poi missionari, altrimenti - diceva - non sarete buoni né per voi né per gli altri".

Annunziava al popolo la buona novella

Un ultimo messaggio il Battista lo rivolge alla nostra Città, a noi in quanto membri della società civile. Infatti, la salvezza di cui Giovanni è annunciatore e portatore è una salvezza che raggiunge l'uomo nella sua totalità, di anima e di corpo, e in tutte le sue relazioni, non solo con Dio ma anche con gli altri, e dunque in quelle relazioni che costituiscono il tessuto sociale della convivenza.

Proprio in questo senso ci chiediamo: che cosa direbbe oggi il Battista alla nostra Città? Mi pare di poter rispondere: riproporrebbe la sua predicazione, con i suoi appelli quanto mai seri e stimolanti.

Il primo a risuonare è l'appello alla conversione: "Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!" (Matteo 3, 2). Entrate - direbbe - in voi stessi e riconoscete le radici del male che vi fa schiavi, radici profonde e prolifere come gramigna che si espande e tutto rovina.  Anche la nostra Città ha i suoi difetti, ha i suoi vizi: quelli visibili e a tutti noti e quelli che rimangono nascosti, ma che egualmente e forse maggiormente sono pericolosi e sprigionano, quasi senza che ce ne accorgiamo, il loro influsso negativo. Come non preoccuparci, prima ancora che del male commesso, del vuoto di valori morali che conduce all'indifferenza e all'egoismo, o del facile e diffuso appiattimento che, rifiutando forti ideali di vita, assume come esclusivi parametri di felicità il benessere materiale, il consumismo e l'edonismo?

Il Battista ci chiede di riconoscere apertamente il male che è in noi. Riconoscerlo è segno di saggezza e principio di cambiamento e di rinnovamento.

Un altro appello è alla giustizia sociale: "Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto" (Luca 3, 11). E' la giustizia ad esigere questo. Infatti, i diritti dei deboli non sono diritti deboli, ma diritti assolutamente eguali a quelli dei forti, dei grandi, dei ricchi. Sì, questo è il piano dei diritti; ma come è distante e diverso il piano dei fatti! Anche da noi le disuguaglianze non mancano, e talvolta pesanti e scandalose; anche da noi le emarginazioni più diverse sono una triste e persistente realtà. Il mio pensiero corre immediatamente ai tanti fratelli e sorelle immigrati, alle tantissime persone anziane e sole, ai poveri in senso economico e ai poveri che soffrono nel cuore e nella dignità personale non riconosciuta e non apprezzata dagli altri.

Che cosa può e deve fare la nostra Città? Non deve forse vincere egoismi personali e di gruppo e operare più concordemente per il bene e per la crescita di tutti, a cominciare da chi ha più bisogno? Un vero progresso democratico esige che siano rispettati e promossi i diritti non di alcuni, ma di tutti, non tanto di chi possiede privilegi quanto di chi fatica o addirittura non riesce a rimanere dentro il tessuto produttivo e sociale normale.

Il Battista ci chiede di non tranquillizzare la nostra coscienza con qualche elemosina, piccola o grande che sia, perché l'ordine e il progresso sociale sono una questione di vera e propria giustizia, di una giustizia che - a sua volta- abbisogna di essere vivificata e sostenuta da un più vivo senso di solidarietà, anzi di sincero amore fraterno, quasi di amicizia. Sì, "amiamo la nostra Città", perché sia sempre più una Città amica!

Un altro appello ci viene da san Giovanni: al senso di responsabilità. Il Battista diceva: "La scure è già posta alla radice degli alberi; ogni albero che non porta buon frutto, sarà tagliato e buttato nel fuoco" (Luca 3, 9). Il senso di responsabilità trova la sua ragione più forte e il suo impulso più decisivo nel giudizio di Dio. Di tutte le nostre azioni, ma anche dei nostri sentimenti e pensieri nascosti, dobbiamo rispondere non soltanto a noi stessi e agli altri quanto in primis a Dio, nostro Creatore e Padre, nostro Legislatore e Giudice. E a sua volta il giudizio di Dio trova il suo anticipo e insieme il suo incipiente compimento nel giudizio segreto della coscienza morale.

Solo chi non ha paura di accedere al tribunale della propria coscienza, e ancor più sa vivere sotto lo sguardo amorevole ed esigente di Dio, può possedere e crescere nel senso di responsabilità, assumendosi con fierezza e gioia i propri doveri, senza preoccuparsi né delle lodi nè delle critiche di chicchessia.

Ma che dire se la coscienza non è vera e retta, facendosi sorda alla voce di Dio? Non rischia di ritenere bene ciò che è male e giusto ciò che è ingiusto? Non è forse questa confusione tra bene e male, e insieme il relativismo morale che vi si collega, una delle cause più abituali dell'illegalità e dell'immoralità? una illegalità che finisce per lasciare tranquilli e una immoralità che si fa persino norma e vanto di vita?

Che san Giovanni, il predicatore della penitenza, ci doni una moralità profonda, una coscienza limpida e forte, una responsabilità serena e coraggiosa!  E' di uomini con simile probità e rigore morale che ha bisogno la nostra Città per camminare sulla strada del bene e dello sviluppo veramente umano!

Un ultimo appello del Battista, quello che compendia ed esalta ogni altro precedente appello: andate o ritornate a Cristo! L'evangelista scrive: "fissando lo sguardo su Gesù che passava, (il Battista) disse: 'Ecco l'agnello di Dio!'" (Giovanni 1, 36). E' l'appello ai valori religiosi, e dunque a inserire Dio nella nostra vita, a fargli il posto dovuto, a riconoscerlo nei suoi diritti, ma ancor più nei suoi doni d'amore nei nostri riguardi. Credere in Dio, vivere secondo la sua legge, seguire Cristo e il suo Vangelo, non solo non ci priva della nostra umanità e delle sue esigenze di verità, di bontà, di bellezza, di felicità, ma ci offre la garanzia più solida e il dinamismo più acceso per non spezzare mai l'alleanza tra l'amore per Dio e l'amore per il prossimo, tra l'onore dovuto alla santità di Dio e la venerazione dovuta alla dignità dell'uomo, tra la dedizione totale al Signore e il servizio pieno e disinteressato a chi è stato creato a immagine e somiglianza sua.

Continua dunque, o san Giovanni nostro Patrono, la tua missione in mezzo a noi e a nostro favore: guida la nostra Chiesa e la nostra Città "sulla via della salvezza e della pace".

Possiamo concludere la nostra meditazione sulla figura del Battista  presentando a lui questa fiduciosa preghiera.

San Giovanni Battista,
amato Patrono della nostra Città e della nostra Chiesa,
a te ricorriamo e te invochiamo.

Tu che sei vissuto nel deserto,
lontano dalle voci e dai clamori del mondo,
donaci un rinnovato amore per il silenzio
e una sete ardente per il raccoglimento interiore:
perché possiamo meglio incontrare,
nell'intimità del nostro cuore,
il mistero di Dio, origine e meta della vita.
Tu che sei stato il profeta della conversione
del cuore e delle opere,
donaci le virtù della giustizia e della solidarietà,
infondi in noi la grazia dell'amore:
perché rispettiamo e promuoviamo
la dignità personale, l'eguaglianza e la prosperità
di tutti i nostri concittadini,
in particolare dei fratelli più bisognosi, deboli e indifesi.
Tu che hai chiesto a quanti sono rivestiti di autorità
di operare sempre e con tutti
nello spirito del servizio al bene comune,
fa' che quanti ci governano
siano liberi e responsabili, disinteressati e generosi:
perché Genova possa diventare sempre più
una comunità matura nella partecipazione,
unita nella collaborazione,
solidale nella condivisione delle pene e delle speranze.
Tu che hai difeso con coraggio e senza compromessi
i valori morali del matrimonio e della famiglia,
dona ai nostri giovani
di prepararsi con serietà alla vita coniugale
e alle nostre famiglie la forza e la consolazione
di rimanere fedeli al disegno di Dio sull'amore,
specie per il bene dei figli
e per la stabilità di una vita sociale ordinata e feconda.
Tu che hai preparato la via del Signore
additando in Cristo l'unico Salvatore del mondo,
donaci di fondare su di lui la nostra vita cristiana,
di annunciare Lui e il Suo Vangelo
con la parola e con la vita,
di ispirare a Lui il nostro impegno sociale,
convinti che solo in Gesù Cristo è possibile
far crescere in umanità la vita della nostra Città.
Prega sempre per noi, San Giovanni Battista.
Continua a proteggere la nostra Città e la nostra Chiesa.
Ripeti ancora a tutti, guardando a Gesù:
"Ecco l'Agnello di Dio"!
E la nostra vita, per la grazia del tuo esempio,
possa essere un'offerta d'amore gradita a Dio
per il bene del nostro popolo.
Amen.

+ Dionigi Card. Tettamanzi